A quelli nati dopo di noi

A quelli nati dopo di noi

(Bertolt Brecht Augusta, Germania 10/2/1898 – Berlino, Germania 14/8/1956)

 

Veramente, vivo in tempi bui!
La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia
indica insensibilità. Colui che ride
probabilmente non ha ancora ricevuto
la terribile notizia.

Che tempi sono questi in cui
un discorso sugli alberi è quasi un reato
perché comprende il tacere su così tanti crimini!
Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
forse non è più raggiungibile per i suoi amici
che soffrono?

È vero: mi guadagno ancora da vivere
ma credetemi: è un puro caso. Niente
di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi.
Per caso sono stato risparmiato.
(Quando cessa la mia fortuna sono perso)

Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché hai!
Ma come posso mangiare e bere se
ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete?
Eppure mangio e bevo.

Mi piacerebbe anche essere saggio.
Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio:
tenersi fuori dai guai del mondo e passare
il breve periodo senza paura.

Anche fare a meno della violenza
ripagare il male con il bene
non esaudire i propri desideri, ma dimenticare
questo è ritenuto saggio.
Tutto questo non mi riesce:
veramente, vivo in tempi bui!

Voi, che emergerete dalla marea
nella quale noi siamo annegati
ricordate
quando parlate delle nostre debolezze
anche i tempi bui
ai quali voi siete scampati.

Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
attraverso le guerre delle classi, disperati
quando c’era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

Eppure sappiamo:
anche l’odio verso la bassezza
distorce i tratti del viso.
Anche l’ira per le ingiustizie
rende la voce rauca. Ah, noi
che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuto il momento
in cui l’uomo è amico dell’uomo
ricordate noi
Con indulgenza.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
(Cesare Pavese Santo Stefano Belbo, CN 9/9/1908 – Torino 27/8/1950)

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi,
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
                              22 marzo 1950

Seppelliamoci

Seppelliamoci
(
Dario Fo n. a Sangiano, VA il 24/3/1926 – Premio Nobel per la letteratura 1997)

No, non voglio far l’amore in una camera
In una camera d’affitto col tassametro
Son sensibile, lo sai, non so concedermi
Con trasporto sul sedile di una macchina
Piangerei nel far l’amore così scomoda
Della gonna sciuperei tutto il plissé
Non insistere, lo sai, non puoi convincermi
A distendermi sull’erba quando è umida
La rugiada sol pei fiori è tanto salubre
Sono un fior, lo so, però di tipo pleurico
Soffrirei nel far l’amore così fradicia
Dei capelli guasterei tutto il cachet.
Ti faccio una proposta un po’ più logica
Fingeremo di soffrire un mal artritico
E farem le sabbiature al modo classico
Seppellendoci l’un l’altro in riva al mar.
Seppelliamoci in due sotto la rena
Come fanno le ostriche in amore
Scaveremo gallerie in riva al mare
Come fanno i ragazzini per giocare
Incontriamoci, le mani sotto la rena
Come fosse la sabbia un gran lenzuolo
Come fosse un gran letto il litorale
La spalliera di quel letto sarà il mare.

(da: Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri, 1960)

L’esilio

L’esilio

(Pablo Neruda Parral, Cile 12/7/1904 – Santiago, Cile 23/9/1973 – Premio Nobel per la letteratura 1971)

 

L’Esilio è rotondo:
un cerchio, un anello:
i tuoi piedi lo girano, attraversi la terra,
non è la tua terra,
ti sveglia la luce, e non è la tua luce,
la notte giunge: mancano le tue stelle,
trovi fratelli: ma non è il tuo sangue.

Sei come un fantasma che si vergogna
di non amare di più quelli che t’amano tanto
e ancora è così strano che ti manchino
le spine ostili della tua patria,
il roco abbandono del tuo popolo,
le amare cose che ti attendono
e che ti latreranno dalla porta.