Giordano Bruno

Giordano Bruno
(
Trilussa pseudonimo di Carlo Alberto Salustri Roma 26/10/1871 – Roma 21/12/1950)

Fece la fine de l’abbacchio ar forno
perchè credeva ar libbero pensiero,
perchè si un prete je diceva: – È vero –
lui rispondeva: – Nun è vero un corno! –

Co’ quel’idee, s’intenne, l’abbruciorno,
pe’ via ch’er Papa, allora, era severo,
mannava le scommuniche davero
e er boja stava all’ordine der giorno.

Adesso so’ antri tempi! Co’ l’affare
ch’er libbero pensiero sta a cavallo
nessuno pò fa’ più quer che je pare.

In oggi co’ lo spirito moderno,
se a un Papa je criccasse d’abbruciallo
pijerebbe l’accordi còr Governo.

(1909, da: I sonetti)

Jenin

Jenin
(
Etel Adnan n. a Beirut, Libano il 24/2/1925)

E quella notte, quando smisero di piovere tigri
e paraventi,
mentre coloro che erano venuti per rapine a mano armata
andavano via con un magro bottino,
dopo la chiusura degli amari caffè, e
dopo l’ora in cui i bordelli cominciano
a ricevere i clienti, quando gli stoppini si furono spenti
nelle loro lampade
e i preti furono tornati alla loro
abituale pedofilia,
quando la pioggia ebbe paura perchè
le bombe cadevano più veloci
della luce,
un fumo denso, fatto di ossa bruciate
sopra un fuoco tenue
e trasformato in “Calcio-Palestina”,
discese,
e riempì di disperazione le gole dei boia
che poi andarono a lavarsi dalle loro madri
con le orecchie allucinate
perchè sentivano le famose
trombe di Jerico
e confondevano gli anni con le stelle,
i cavalli con i granchi.

 

E la notte si rifiutò di piovere sulla testa della pecora,
e noi vedemmo lampi misti a
nuvole ingrossate con il sangue e le lacrime,
e la materia cominciò a parlare direttamente con i morti,
che non ascoltavano più,
e la gente non aveva voce,
e noi camminammo su rovi, spine e cardi,
e i nostri occhi esaurirono il vocabolario delle
ombre della morte,
e allora discese –seguendo la pioggia- un
angelo di cui nessuno conosceva il nome.
Egli cominciò a contare i feriti qua e là
e le amputazioni fatte con coltelli da cucina,
e quell’angelo scrisse ogni cosa in un libro di
oro e fango.
Per questo il mare dilagò, tremò di terrore,
obbligò le sue onde a vigilare,
e noi, al sentire suonare strumenti barbarici
giurammo che dovevamo uccidere la vita, e la morte,
avendo già visto uno spazio di lacrime e fuoco.
Nessuno uscì vivo dal campo
ma il tuono scosse le case piene di bambini,
e la miseria indossò abiti da donna,
e nessuno si fermò, mentre tutto ciò che era vivo
era morto.
Avvolgemmo la morte in una enorme bandiera e
la calammo in quella fossa comune che era diventata
la città: il cibo quotidiano dei suoi abitanti
furono le briciole aride della memoria.

 

Non disegneremo linee diritte ma chiederemo
alla primavera di tenere un diario di guerra,
chiederemo all’autunno di prendere posto fra i traditori.
Illumineremo le finestre con cera che brucia,
ma non chiedete ai pipistrelli di indicare la strada alle
volpi del deserto.
Preparate i camion che ci porteranno
al mattatoio.
Lì, si terrà un banchetto con bollitori
pieni di agnello cotto in limone e sangue.
Un banchetto preparato per i generali vittoriosi,
quello appena descritto.

 

Il sole si velò.
In un’orgia di furia, sleale ed efficiente
una tempesta si portò via i letti.
Le armi per uccidere sono più fredde dell’aria
che le circonda. Feriscono ma non fanno paura.
A Jenin è stato creato il male da un nuovo ordine.
Il male ha subito una mutazione che è
l’opposto di quella che ci aspettavamo.

 

Abbiamo dunque diritto ad odiare – ma non
ci affrettiamo a stupide conclusioni. Non siamo di questo mondo.

 

Le foreste stanno crescendo più fitte, gli animali notturni
stanno generando mostri.
Il male ha bussato alla porta, nella stessa
notte in cui la pioggia ha smesso di cadere.
I boulevard stanno perdendo attrattiva.
I cavalli corrono ad annegarsi,
senza alcuna ragione.

 

Viviamo nel perimetro tempestato di stelle
dell’incubo che esaspera la bellezza di questa primavera,
una primavera abitata da alberi in fiore,
montagne umide coronate da nubi translucide,
e la brezza che si mantiene sveglia quando i nostri
occhi smarriscono la strada da ovest a est attraverso
le colline rosa.

 

Ecco il dolore della gente che è circondata
da carri armati e incarcerata dallo sguardo
di assassini che hanno attraversato confini che sono
null’altro che le prime linee delle loro
molteplici prigioni:
tutto ciò solo per aggravare la bellezza di un mondo
posseduto da un’altra follia, estranea alla nostra
condizione.

 

C’è un tragico incontro fra la morte
di alcuni e la vita moltiplicata di altri:
altri essendo le gelide e felici onde
di un oceano che muggisce il suo piacere di essere nato
un’eternità prima della nostra misera coscienza.
La differenza fra ciò che imputridisce
e ciò che non smette di rinnovarsi
ci fissa.
Viviamo negli abissi.
Altrove la nebbia inghiotte le zone industriali.
Emanazioni di ciminiere che costellano
l’orizzonte riempiono le bocche di lavoratori necessari ma
dichiarati indesiderabili.
I gas bruciano le loro memorie.
Hanno dimenticato che prima di imbarcarsi sul battello
avevano un nome e un indirizzo.
Come buonuscita avranno malattie incurabili.

 

Lassù, sulla mia unica montagna, gli uccelli emettono
canzoni in codice, volano a coppie,
colpiscono l’aria con le ali e con gioia.
Nelle nostre teste sigillate i pensieri rappresentano
un vomito di gas velenoso –
e ricompensano se stessi.

 

La funzione primordiale della sopravvivenza
sta fornendo scuse per la morte;
è per questo che
la Natura con noi ci ha rinunciato.
Rimane inaccessibile.
Quello che noi ne diciamo
non è che un pallido riflesso della sua realtà.
Ci siamo resi estranei
al nostro destino
sebbene la nostra infanzia
mostrasse un’esuberante lucidità.

 

Cosa è accaduto al passato?
Gli assassini non si fermano alla carne.
Cercano l’invisibile,
la nostra precedente beatitudine.
Nel frattempo, l’universo invecchia.
Miliardi di anni sono passati
e le stelle si battono per la loro vita:
brillare non le preserva dalla
definitiva scomparsa.
So che la materia non ha occhi,
che non ha smesso di respirare.
Sotto le tombe c’è la terra fresca.
Abbiamo visto tappeti tessuti con tinte vegetali:
uno aveva il colore ocra del volto
di uno degli uomini assassinati
a Jenin.
Non vi preoccupate, non dovrete guardare
nè il tappeto, nè quel cadavere.

 

Durante questo tempo, mentre i soldati nemici
lavoravano nel buio, l’universo invecchiava.
Con noi.
Come noi.
Nel nostro crollo finale trascineremo Dio stesso
verso
la Sua fine.
Per ora, qualcuno governa, qualcuno scompare…
Nel campo c’era un campo,
i gradi dell’inferno entrano uno nell’altro.
Siamo seduti in questa stazione di comfort,
contemplazione e rinuncia.
L’ustione bianca si muove sui corpi,
ciascuno prigioniero del suo dolore.
Il dolore è murato nelle ossa, le ossa
nel corpo, e il corpo in case
murate a loro volta.
Sopra le porte ridotte in macerie
una volta c’erano iscrizioni,
o un semplice disegno.
Il sangue e l’inchiostro dei calamai si sono mischiati,
per questo le nuove scritte sono sporche di fango.
Sulle membra sparpagliate, abiti e
mobili sono diventati una dura coperta.
La notte si è chiesta se fosse morale nascondere
tale mostruosità, poi ha deciso:
resterà sospesa in alto nel cielo,
come ultimo bene dei diseredati.
Il silenzio è disceso e in assenza
di una scala è caduto giù con tutto il suo peso,
come piombo.
Alcuni di quelli che avevano cominciato la loro mortale agonia
riconobbero quel silenzio.
Chiamarono in aiuto le madri
ma le donne dormivano nella stanza accanto,
le loro teste mozzate riposavano sui cuscini.
Il fazzoletto di Sohrawardi si era macchiato…

 

Settimane dopo la carneficina un giovane
cercava di imparare, da un libro, come
diventare costruttore di cimiteri.
Ma non riuscì a trovare un pezzo di terreno
per la sepoltura dei morti.
Allora abbandonò i suoi studi
e si unì ad un’organizzazione clandestina.
Nessuno sa dove sia, nè se è ancora
tra noi.

 

C’è qualcosa di più degradato della morte,
di più assente, è ciò che è stato cancellato
col cassino di un bambino dalla lavagna della Storia.
La Storia, l’ultima illusione.

 

Nel freddo delle nostre case senza riscaldamento
ci tenevamo caldi con
la memoria dei nostri antenati, pensando ai
i nostri bisnonni come a semidei.
Sì. Certo.
Nient’altro.

 

Ma arrivarono loro– i bastardi, a sradicare,
con le bombe,
a dirci molto semplicemente che noi non esistevamo.
Cominciarono con gli ulivi,
poi con i frutteti,
poi, con gli edifici,
e quando tutto fu scomparso,
gettarono, uno sopra l’altro,
i bambini, i vecchi e gli sposi,
in una fossa comune,
tutto ciò per dire al mondo dei mezzo-morti
che noi non esistevamo,
che non siamo mai esistiti,
e che perciò avevano ragione…
a sterminarci tutti.

 

(2002; Traduzione: Raffaella Marzano)

www.casadellapoesia.org

La felicità è un viaggio

La felicità è un viaggio

(di Crystal Boyd)

 

Siamo convinti che la nostra vita sarà migliore quando saremo sposati, avremo un bambino, e poi un altro. Poi ancora ci sentiamo frustrati perché i nostri figli non sono abbastanza grandi e saremo più contenti quando lo diventeranno. In seguito siamo esasperati perché dobbiamo occuparci di adolescenti. Siamo convinti che saremo felici quando avranno superato questa fase della loro vita. Ci diciamo che staremo meglio quando il nostro partner avrà risolto i suoi problemi, avremo un’automobile migliore, potremo fare una bella vacanza, quando andremo in pensione. La verità è, non c’è momento migliore per essere felici di quello che stiamo vivendo. Se non ora, quando? La tua vita sarà sempre piena di sfide. E’ meglio accettarlo e decidere di essere comunque felice.

Una delle mie citazioni preferite è di Alfred D. Souza. Egli dice: “Per molto tempo ho avuto l’impressione che la vita stesse per iniziare – la vita vera. Ma c’era sempre qualche ostacolo sulla via, qualcosa che prima bisognava risolvere, qualche affare in sospeso che richiedeva ancora del tempo, o un debito da estinguere. In seguito la vita sarebbe iniziata. Alla fine mi sono reso conto che questi ostacoli erano la mia vita”.

Questo modo di percepire le cose mi ha aiutato a capire che non esiste una via che porti alla felicità. La felicità è la via.

Quindi prendi a cuore ogni momento che vivi e valorizzalo di più perché lo hai condiviso con qualcuno speciale, abbastanza speciale da trascorrere del tempo assieme… e ricorda che il tempo non aspetta nessuno. Quindi smetti di… aspettare di finire la scuola, di tornare a scuola, di perdere 5 Kg, di prendere 5 Kg, di avere dei figli, di vedere i tuoi figli andar via di casa, di cominciare a lavorare, di andare in pensione, di sposarti, di divorziare, che arrivi il venerdì sera, la domenica mattina, di avere un’automobile o una casa nuova, di finire di pagare l’automobile o la casa, che giunga la primavera, l’estate, l’autunno, l’inverno, di essere benestante, di arrivare al primo o al quindici del mese, di godere del successo della tua canzone, di bere, di riprenderti da una sbornia, di morire, di nascere nuovamente… per decidere che non c’è tempo migliore che adesso per essere felice.

La felicità è un viaggio, non una meta.

 

(da Midnight Muse, 1998)

Itaca

Itaca
(Konstantinos Kavafis Alessandria d’Egitto 29/4/1863 – Alessandria d’Egitto 29/4/1933)

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne’ nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Sui figli

Sui figli
(Khalil Gibran Bsharri, Libano 6/1/1883 – New York, USA 10/4/1931)

E una donna che reggeva un bambino al seno disse: Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
E benché vivano con voi non vi appartengono.

Potete donar loro l’amore ma non i vostri pensieri:
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi:
La vita procede e non s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccati in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere;
Poiché come ama il volo della freccia, così ama la fermezza dell’arco.

Il denaro

Il denaro

(Henrik Ibsen 1828-1906)

 

Il denaro può comprare la buccia
di molte cose, ma non il seme;
può darvi il cibo, ma non l’appetito,
la medicina ma non la salute,
i conoscenti ma non gli amici,
i servitori ma non la fedeltà,
giorni di gioia ma non la pace o la felicità.

I flagellati del Vento dell’Est

I flagellati del Vento dell’Est

(Ovidio Martins 1928-1999; Poeta Capoverdiano)

 

Noi siamo i flagellati dal Vento dell’Est!

A nostro favore

non ci sono state campagne di solidarietà

non si sono aperti i ricoveri per darci riparo

e non ci sono state braccia tese fraternamente verso di noi

Noi siamo i flagellati dal Vento dell’Est

Il mare ci ha trasmesso la sua perseveranza

Abbiamo appreso dal vento a danzare nelle disgrazie

le capre ci hanno insegnato a mangiare pietre perché

non perissimo

Noi siamo i flagellati dal Vento dell’Est

Moriamo e resuscitiamo tutti gli anni

per la disperazione di coloro che ci impediscono il cammino

Testardamente continuiamo in piedi

in una sfida agli dei e agli uomini

E le carestie non ci fanno più paura

poiché scopriamo l’ordine delle cose (quando potremo!…)

Noi siamo i flagellati del Vento dell’Est

Gli uomini si sono dimenticati di chiamarci fratelli

e le voci solidali che abbiamo sempre udito

sono soltanto

le voci del mare

che ci ha salato il sangue

le voci del vento

che ci ha introdotto il ritmo dell’equilibrio

e le voci delle nostre montagne

stranamente e silenziosamente musicali

Noi siamo i flagellati dal Vento dell’Est.

 

(Da: Mário de Andrade, Na noite gravida de punhais, 1975)

I bambini imparano ciò che vivono

I bambini imparano ciò che vivono

(Dorothy Law Nolte – Pedagogista – California 1954)

 

Se il bambino vive nella critica, impara a condannare.
Se il bambino vive nell’ostilità, impara a litigare.
Se il bambino vive nella paura, impara ad essere apprensivo.
Se il bambino vive nel ridicolo, impara la timidezza.

Se vive nell’ipocrisia, impara la doppiezza.
Se vive nella meschinità, impara la vigliaccheria.
Se vive nei capricci, impara l’intolleranza.
Se vive nella superficialità, impara l’indifferenza.

Se vive nella lealtà, impara la correttezza.
Se vive nella condivisione, impara la generosità.
Se vive nell’incoraggiamento, impara la fiducia.
Se vive nella tolleranza, impara la pazienza.

Se vive nella franchezza impara la verità.
Se vive nell’onestà impara la giustizia.
Se vive nell’amore impara ad amare
E a costruire per tutti un mondo migliore.

Insegnarono la paura

Insegnarono la paura

(Poesia di lingua Maya – XVII secolo)

 

Insegnarono la paura

e vennero a far appassire i fiori.

 

Perché il loro fiore vivesse,

calpestarono e succhiarono il fiore degli altri.

 

Non c’era un’alta conoscenza,

non c’era sacro linguaggio,

non c’era divino insegnamento

negli dèi falsi che giunsero qui.

 

Per castrare il Sole!

Per far questo, vennero qui gli stranieri.

 

(da Chilam Balam de Chumayel)

Scale

Scale

(Luciano Erba n. a Milano il 18/9/1922)

 

Scale
che non portano
da nessuna parte
scale
che salgono soltanto per scendere

è difficile orientarsi
nei dintorni del nulla.